Contro il recupero razzista del féminisme con la destra francese

 Fonte: http://www.lautrecampagne.org/article.php?id=132

“Non nel nostro nome! „
con Elsa Dorlin


Tutti i candidati di destra e di destra estrema all'elezione presidenziale sembrano in particolare preoccupati dalla libertà delle donne e sviluppano una sensibilità ed un'attenzione quasi ossessive all'uguaglianza dei sessi.

Tutto avviene come se la condizione delle donne fosse diventata, come per magia, una priorità nazionale in materia… di giustizia sociale? Non, “di immigrazione„. Jean-Marie Le Pen, Nicolas Sarkozy, Philippe de Villiers, soprattutto, hanno tregua di ricordarci soltanto l'uguaglianza dei sessi è un principio costitutivo “della nostra„ nazione e “della nostra„ cultura, o una caratteristica distintiva “della nostra„ civilizzazione, cristiana se ne è. Che le donne “da noi„ sono trattate come le uguali degli uomini, che usufruiscono di tutti i diritti come tutti i privilegi. Inoltre, ormai, una delle condizioni d'ammissione “sul nostro„ territorio delle popolazioni immigrate sarà il rispetto incondizionato di ciò che dipende, ad intenderle, dalla benzina dell'occidente: l'uguaglianza dei sessi. Per alcuni, i candidati all'immigrazione in Francia dovranno firmare un patto nel quale si impegnano a rispettare ciò che è presentato come “un'abitudine„ bene di da noi: il rispetto delle donne. All'immagine dei Paesi Bassi, si diffonderanno loro videi di donne, centri nudi sulle spiagge della Costa Azzurra, o anche di due uomini che si abbracciano teneramente sulla bocca, per provare la loro tolleranza alla modernité.
La campagna presidenziale francese si fa qui portavoce di un processo già ben iniziato. Tutto è cominciato con l'Afganistan e la guerra dichiarata di Bush contro i taliban in nome del diritto delle donne (2), vera maschera sesso di una crociata impérialiste, ciò è continuato con il progetto di costituzione europea, nel quale si poteva leggere che la parità degli uomini e delle donne era un principio costitutivo della cultura e della storia europea senza sempre che sia seguito da misure costituzionali concrete ed ambiziose in materia (3).
Si assiste dunque alla racialisation di un principio politico, quello dell'uguaglianza dei sessi e, in una misura inferiore, delle sexualités: la parità degli uomini e delle donne è diventata una caratteristica culturale o un patrimonio genetico ereditato della razza dei franchi o dei galli. Le politiche più nazionalistiche e più di Securità sono realizzate in nome delle donne. Ma, questa captazione razzista del combattimento femminista storico, dei nostri movimenti, delle nostre lotte, delle nostre vittorie ha tre effetti principali. In primo luogo, riguarda a instrumentaliser il féminisme nel quadro di una retorica al servizio di un discorso razzista più o meno dichiarato. Quando Marine Le Pen si fanno il héraut della causa delle donne, seduce a poche spese un elettorato femminile tradizionalmente meno propenso a votare per la FN, copre con ciò anche le proposte del suo programma che mirano a favorire il ritorno alla casa massiccio dei lavoratori, a limitare drasticamente il diritto al fallimento, di favorire una politica familialiste che dà la precedenza “alle madri francesi„. In secondo luogo, la captazione con le parti di destra di questo discorso al profumo femminista ha per conseguenza di occultare completamente la realtà delle diseguaglianze, delle discriminazioni e delle violenze di cui sono sempre oggetto le donne, ma anche tutte le altre minoranze sessuali (gays, lesbiennes, transsexuelles), “da noi„. A questo titolo, il caso delle violenze sessiste, homophobes, lesbophobes o transphobes è paradigmatico. La focalizzazione quasi esclusiva delle politiche su violenze “esotiche„, come il lapidation, la immolation, l'escissione… ha per effetto di farci credere che la violenza sessista, in particolare, sia l'appannaggio “del ragazzo arabo„ (4), che abita le hall e le cantine delle città HLM al saldo di Al Qaïda, “dell'immigrato africano„ poligamo e seguace di vaudou, “del antillais rmiste„ alcolico e jovial; che sole ormai le donne nere, discendenti dell'immigrazione coloniale, migranti o profughi “devono„ emanciparsi liberandosi “dalle loro„ uomini. Ma, le indagini sociologiche condotte da molti anni non cessano di ricordarlo (5): la violenza sessuale (contatto, violazione, molestia, ecc.) non ha né colore, né origine; è trasversale a tutte le classi sociali. La violenza coniugale uccide una donna ogni tre giorni in Francia - occorre ricordarlo, Bertrand Cantat non veniva dalla città del 4000. E, se le donne sono maggiormente esposte alla violenza verbale o fisica nello spazio pubblico quando vivono in grande precarietà, comunque non ci sono angoli facciali dell'sexisme, come a buoni vecchi tempi dell'antropometria razzista del xixo secolo. In terzo luogo, la presa in ostaggio di alcuni temi femministi con le parti di destra ha per effetto di racialiser il féminisme stesso, orchestrando una scossa delle civilizzazioni tra la vela ed il string, tagliato di qualsiasi parte. Così, quando la FN lancia nell'autunno 2006 una campagna pubblicitaria con affissione di manifesti, sceglie, tra l'altro, un giovane “beurette„ peli liberati, tee-shirt breve, pantalone dimensione bassa, piercing, per comprendere lo slogan frontiste. Si tratta là di esibire una figura femminile dell'assimilazione chiaramente opposta a quella “della giovane donna deformata„, considerata ostile pretese alla laicità repubblicana, stigmatizzata siccome seguace della sovranità maschile.
A credere le parti di destra, il féminisme è dunque consustanziale “all'occidente„. Ma di quale féminisme si parla? Di questo stesso féminisme nel quale drapé l'esercito francese in Algeria alla fine del xixo secolo per andare “civilizzare„ questi “barbari di Arabi„ che sequestravano e velavano loro mogli e le loro figlie? Sono gli stessi soldati, politiche ed amministratori coloniali che volevano liberare le donne “della loro cultura„ e che, “di ritorno nella loro “madre patria„ (…) sono stato gli oppositori più entusiasti alle lotte femministi della prima onda„ (6), per i diritti civili e civici delle donne. Di fronte, “in oriente„, esattamente le stesse parti di destra néoconservatrice rispondono oggi del TAC al TAC che la dignità delle donne ogni giorno tutto è tanto ridicolizzato “in occidente„, come ne testimonia, secondo loro, la pubblicità o il pornographie. Il problema non è ovviamente civilisationnel, o anche culturale, si lo avrà capito, ma ben politico. Sappiamo che su numerosi combattimenti, queste destre del mondo intero avanzano mano nella mano contro le rivendicazioni dei movimenti femministi, gays e lesbiens; che ci sono migliori alleati che Benoît XVI, Bush, Le Pen o Ahmadinejad sulle questioni di fallimento o di matrimonio homosexuel (7).
Ma, gli effetti politici di questi discorsi di odio sono catastrofici per il féminisme stesso, poiché, come lo è visto recentemente “sull'affare della vela„, ipotecano le coalizioni, tanto internazionali che nazionali, tra i diversi movimenti delle donne, insufflant nelle sue file il sospetto di ethnocentrisme - le femministe “francesi„ non dovrebbero dare lezioni d'emancipazione se questa si riassume al diritto di portare una mini gonna; per contro, le femministe “velate„ non sarebbero “vere„ femministi - né anche “di vere„ francesi, secondo i loro detrattori, poiché esibiscono un'immagine sottoposta delle donne. Uscire da questo aporie infernale, sono anzitutto rifiutare questo antagonismo ethnicisant e fallace che oppongono “le bianche„ e le altre, “le occidentali„ o “i francesi„ e “le musulmane„…, è anzitutto liberare un certo féminisme francese che si è lasciato sedurre con questo pseudo discorso victimaire di destra e rifiutare che la lotta contro il sexisme faccia il letto del razzismo e della caccia all'immigrato. Si tratta dunque di rifiutare di pensare la liberazione delle donne nei termini stessi di quanto imponiamo la destra estrema, e che impone alla scena pubblica, denunciando ciò che di fatto è contradittorio con ogni progetto femminista: l'identità nazionale.
Essendo ciò, se la retorica della destra lepeniste o sarkozyste sulla parità degli uomini e delle donne beneficia di tale udienza, è che gioca anche sui ritardi della sinistra maggioritaria. In parte, parallelamente alla diffusione nella società di una certa coscienza femminista - anche se quest'ultimo non si identifica all'féminisme storico -, la messa in minoranza di un impegno femminista radicale a sinistra ha permesso che un féminisme di mascarade emerge a destra. In 2007, qu ' ne è dell'applicazione della versione nième della legge Roudy che, nella sua versione iniziale del 1983, ratificava un principio di giustizia per il quale i movimenti femministi si mobilitano da più di un secolo già: a lavoro uguale, salario uguale? Cosa ne è delle misure concrete di lotta contro il limite massimo di vetro? Cosa ne è della messa in atto di una vera politica di guardia collettiva alla scala nazionale, quando tante donne non trovano posti ne abita per il loro bambino? Cosa ne è di una vera solidarietà con le donne del Sud che vengono precisamente ad occuparsi “dei nostri„ interni, “i nostri„ marmocchi, “i nostri„ vecchi e “i nostri„ malati? Cosa ne è di un'educazione sessuale degna di questo nome al collegio? Cosa ne è di una politica efficace di lotta contro il sexisme che propone, ad esempio, ai grandi fabbricanti di giocattoli una carta dell'uguaglianza dei sessi e delle sexualités, perché cessino di inondare i depositi di necessari a famiglia rosa per piccola casalinga modello? Cosa ne è della parità “privata„, quando il 80% del lavoro domestico è sempre attribuito alle donne? Cosa ne è del salvataggio della specialità di ginecologia medica e della rivalutazione della carriera dei medici che praticano le IVG? Cosa ne è del rimborso della pillola? Cosa ne è dell'accesso non soltanto all'adozione, ma alla procreazione médicalement assistita per le coppie gays, lesbiens, ma anche transessuali? Cosa ne è precisamente della dé-psychiatrisation delle identità trans, quando si sa che “lo transsexualisme„ figura ancora nella classificazione dell'OMS delle malattie mentali?
Fare contrappeso alla retorica femminista delle parti di destra, che barbarisent dei gruppi sociali o dei popoli in nome delle donne, che decidono che sono civilizzati e che sono incivilisés, la femminilità empathique di questa o quella candidata non basterà: un reale impegno anti-sessista ed antirazzista è più che necessario nel quadro di un vero progetto di sinistra e, qui ed ora, nella campagna, per impedire che una politica retrograda d'esclusione sociale sia realizzata nel nostro nome.
Elsa Dorlin*

* Filosofo principale di conferenze all'Université Parigi 1 Panthéon-Sorbonne, membro della rete femminista NextGenderation.
(1) riprendo qui il titolo del testo manifesto “non nel nostro nome! „, lanciato l'8 marzo 2005 dalla rete femminista NextGenderation in occasione del giorno internazionale delle donne al momento della campagna per la costituzione europea. Testo disponibile in linea: http://www.nextgenderation.net/projects/notinournames/francais.html
(2) Cf. Christine Delphy, “una guerra per le donne afgane? „, Nuove questioni femministi, volume 21, n°1, 2002.
(3) NextGenderation, “non nel nostro nome! „, op. cit.
(4) vedere Nacira Guénif ed Eric Macé, le femministe ed il ragazzo arabo, Parigi, l'alba, 2004.
(5) Maryse Jaspard (Dir.), indagine nazionale sulle violenze verso le donne in Francia, (ENVEFF), Parigi, la documentazione francese, 2003.
(6) NextGenderation, “non nel nostro nome! „, op. cit.
(7) Cf. Eric Fassin, “la democrazia sessuale ed il conflitto delle civilizzazioni„, folle, n°26, 2006/3.